Nel 1527, sotto la dominazione spagnola degli Aragonesi, gli aquilani osarono ribellarsi agli invasori, per rappresaglia il viceré Filiberto d'Orange devastò la città la separò dal suo contado ed inflisse una multa pesantissima ai suoi abitanti. Gli Aragonesi usarono quei soldi per contribuire alla costruzione dell'immenso Forte spagnolo sul cui portale, per scoraggiare ogni possibile futura ribellione fecero mettere la scritta Ad reprimendam audaciam aquilanorum, cioè "per reprimere l'audacia degli aquilani". L'altro ieri, a 483 anni di distanza, gli aquilani finalmente hanno osato ribellarsi di nuovo e Silvio I da Arcore chiuso nel suo palazzo ha fatto finta di nulla del tipo: “sire il popolo non ha più pane... beh che mangino brioche”. Contro i “ribelli” sua bassezza ha mandato poliziotti, carabinieri, finanzieri, giornalisti leccaculo e qualche mazzata tanto per gradire è partita.
Hanno tentato di scatenare la violenza per poter avere la scusa, come al g8 di Genova, per picchiare tutto e tutti senza scrupoli, ma anche se hanno ferito 3 persone e spintonato e scetteccato il sindaco de L'Aquila gli aquilani non hanno abboccato come trote non fornendogli alibi. Le alte sfere della polizia per coprire le malefatte hanno detto che le violenze sono state causate da componenti dei centri sociali, certo che poi a L'Aquila non ci siano centri sociali tipo leoncavallo chissene frega. Poi scusate se uno vuole andare a devastare tutto e a picchiarsi con gli sbirri che fa ci va a mani nude, con bandiere, gonfaloni o si porta caschi, passamontagna, spranghe, bastoni e bombe molotov? Siamo seri.... A pochi metri dai manifestanti aquilani davanti al parlamento manifestavano i disabili contro il governo, bene signori miei anche L'Aquila può essere considerata disabile e i governanti vogliono staccargli la spina contro il suo consenso, mettendo in luce tutta l'arroganza di Berlusconi e la sua banda del buco forti con i deboli, ma deboli con i forti. Come direbbe il buon Vasco: “Se siete "quelli comodi" che "state bene voi"... Se altri vivono per niente perché i "furbi" siete voi....vedrai che questo posto, questo posto... IS BEAUTIFUL! […] Voi abili a tenere sempre un piede qua e uno là avrete un avvenire certo in questo mondo qua però la DIGNITÀ! Dove l'avete persa! E se per sopravvivere..... qualunque porcheria lasciate che succeda... e dite non è colpa mia”. Concludo con il dire che noi aquilani non pretendiamo favoritismi, ma non siamo i figli della serva e vogliamo essere trattati come tutte le altre vittime di catastrofi: vogliamo pagare, come avvenuto per il terremoto in Umbria e Marche, il 40% delle tasse arretrate spalmate su 10 anni e non il 100% ed infine come si è fatto in tutte le catastrofi precedenti vogliamo che il governo metta una tassa di scopo che faccia arrivare soldi in maniera certa e renda possibile la RICOSTRUZIONE di una delle 20 città d'arte italiane e non mandi a puttane 781 anni di storia. La lotta è appena cominciata, come insegna il rugby quando cadi e prendi le mazzate ti rialzi e continui a giocare e anche se hai la certezza di perdere una cazzo di meta la vuoi segnare lo stesso.
<<Per il direttore dell'Osservatorio di Geofisica entro il 2010 l'Abruzzo sarà l'epicentro di un terremoto>>
L'AQUILA (9 ottobre 1997) - La scossa s'è avvertita in maniera distinta: prima il tintinnio dei vetri delle finestre, poi un lieve ondeggiare del pavimento. Cinque, sei secondi in tutto. Palangio mostra il sismogramma di qualche ora prima. «È del terzo grado, forse qualcosa in più- dice, indicando il su e giù del grafico con la punta di una matita-. Ma stavolta l'epicentro è molto più vicino a noi. Tra Fossa e Paganica». Paolo Palangio è il direttore dell'Osservatorio di Geofisica del Castello spagnolo all'Aquila. Lo è da dieci anni e più, ed è sotto la sua gestione che s'è sviluppata questa stazione di rilevamento sismico considerata una delle più importanti dei paesi del bacino mediterraneo. Il tavolo, già ingombro di carte, trabocca dei grafici degli ultimi eventi in Umbria e nelle Marche. Decine di ”zone” di carta, in cui si vedono con chiarezza le tracce dei pennini impazziti al tremar della terra. Su quei fogli, zeppi di linee ora dritte ora contorte, sono registrate centinaia di scosse. Poco distante il ticchettio dei congegni ad orologeria dei sei sismografi dell'osservatorio, echeggia un po' sinistro nello stanzone semivuoto. L'Abruzzo, come le Marche, l'Umbria, la Sicilia, la Calabria ed altre regioni d'Italia fa parte di quel 45 per cento e passa di territorio nazionale considerato al alto rischio sismico. Nel 1915 il terremoto di Avezzano fece oltre 20.000 vittime. Nel corso dei secoli L'Aquila è stata distrutta più volte da sismi catastrofici d'intensità superiore al decimo grado della scala Mercalli. Per questo, dopo le scosse recenti che hanno portato morte e distruzione in Umbria e nelle Marche, è arrivata anche da noi la grande paura. E anche in Abruzzo si è tornati a parlare sempre più spesso del ”big one”, cioè del ”grande” terremoto, del sisma incombente e distruttivo per eccellenza. Ogni area sismica ne ha avuto uno di ”big one”, che, secondo i sismologi, è destinato a ripetersi in maniera ciclica: San Francisco negli Usa nel 1906 (la maggior parte delle case erano di legno e furono distrutte dalle scosse e dagli incendi), Messina 1907, Osaka 1995 per non parlare degli altri terremoti della ”cintura di fuoco” delle zone circumpacifiche. E in Abruzzo? Che cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? Ma, prima di tutto, è poi vera questa storia del ”big one”, o si tratta soltanto di una teoria? «Certo che è vera- dice Palangio -, i sismologi non si sono inventati niente. Dopo un terremoto di grande intensità si hanno le scosse di assestamento che possono durare per un periodo più o meno breve. Poi l'attività sismica scompare e subentra un periodo di quiete che può durare decine o centinaia di anni. Al termine si ha un nuovo terremoto, della medesima intensità. E il ciclo ricomincia. In Abruzzo- continua Palangio - le aree a rischio sono quelle dell'Aquilano e la zona che comprende la Marsica, il Parco Nazionale d'Abruzzo, la zona della Maiella e parte della province di Pescara e di Chieti. L'ultimo grande sisma è stato quello della Marsica nel 1915. Secondo quanto è stato possibile ricostruire dalle cronache dell'epoca, L'Aquila è stata distrutta più volte nel 1400. Un altro evento catastrofico fu quello del 1703 ed ebbe epicentro tra Pizzoli e Campo Felice, con quali effetti ve lo lascio immaginare». Dunque, gli ultimi grandi terremoti sono lontani nel tempo: sono passati 87 anni da quello di Avezzano, 294 anni da quello dell'Aquila. «Sì - spiega Palangio - sono proprio questi i periodi di latenza dagli ultimi “big one”. Come testimonia la storia sismica dei territori interessati, i tempi di stasi nell'Aquilano sono molto lunghi, durano infatti 250-300 anni. Molto più brevi risultano invece quelli riguardanti i terremoti marsicani, anche se una divisione netta è soltanto teorica perché un evento nella Marsica è avvertito nell'altro comprensorio sia pure con intensità minore, e viceversa». Sì ma quando arriverà il prossimo ”big one”? Palangio prende un libretto dallo scaffale, lo sfoglia e legge: «Ecco le statistiche dicono che entro il 2010 c'è il 70 per cento delle probabilità di avere nella zona compresa tra l'Aquilano, la Marsica e l'Alto Sangro, un altro evento catastrofico. Se poi andiamo avanti negli anni e arriviamo al 2070, le probabilità di avere il ”big one” salgono al 100 per cento». Dunque nei prossimi ottant'anni ci sarà un momento in cui la terrà tremerà come nel 1400 o nel 1703 o nel 1915, solo che gli effetti non saranno distruttivi come in passato perché l'edilizia abitativa è molto migliorata e perché si è cominciato a fare prevenzione. Basti pensare che nei secoli andati le case, soprattutto le più povere, erano quelle che erano: costruite con materiali poco resistenti e inadatti. Bastava una scossa anche attorno al settimo, ottavo grado della scala Mercalli per avere effetti distruttivi. Del resto basta guardare alle conseguenze degli ultimi terremoti in Alto Sangro e nell'Aquilano nel 1980 e nel 1984. «Sì, la prevenzione - conclude Palangio - è l'unica strada da seguire. Prevedere un terremoto non è ancora possibile, ma attutirne,anche di molto, gli effetti questo sì. Prevenire vuol dire costruire stabili rigorosamente antisismici, gli unici in grado di resistere a scosse anche violente. È una regola che non va disattesa se si vuole che non si ripeta quanto è accaduto in Irpinia dove costruzioni in cemento armato, fatte male, sono venute giù come castelli di carta. Ma prevenire vuol dire anche una popolazione più consapevole, che si è preparata per un evento del genere, e che quindi non si faccia prendere dal panico che può fare più vittime del terremoto stesso».
Articolo di Giancarlo De Risio da "Il Messaggero edizione Abruzzo" del 9 ottobre 1997 trovato da Andrea Lattanzi qui
Egregio Presidente della Repubblica le scrivo come disabile e come presidente della UILDM (unione italiana lotta alla distrofia muscolare) sezione “Ambrogio Fogar” de L'Aquila. A Sparta i “mostri” e gli storpi venivano buttati giù da una rupe e nel medioevo i primi a pagare le crisi e le catastrofi erano sempre disabili e più poveri ed oggi non è che la situazione sia migliorata. Qui in Italia si parla sempre di pari opportunità, ma dei diritti dei disabili non si parla quasi mai anche perché noi per paura restiamo nascosti senza chiedere nulla a nessuno. Per trovare i soldi per la manovra da 24 miliardi il governo Berlusconi, con la scusa dei falsi invalidi, va a tagliare sull'indennità d'accompagnamento (500€ scarsi) non vedendo o facendo finta di non vedere che la sanità italiana butta miliardi in vaccini che poi non servono, paga il triplo una sedia a rotelle, compra un ventilatore polmonare meccanico a 12.500€ quando in America costa 800€, dove finiscono i restanti 11.700€? Sono già stati tagliati i fondi per gli insegnanti di sostegno e ora verranno anche congelati gli organici, lei forse non lo sa, ma in molte scuole ci sono dei grossi problemi di accessibilità anche se la legge italiana prevede che tutti gli edifici pubblici siano privi di barriere architettoniche. In Italia per le invalidità si spende l'1,5% del PIL quando la media europea è del 2% e in Svezia è addirittura del 4,5%. Nel 2008 lo stanziamento per il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali è sceso sotto i 1.500 milioni di euro e la discesa continua negli anni successivi ha portato a stanziare per il 2011 solo 960 milioni di euro. Il Fondo per le non autosufficienze (che aveva ricevuto 100 milioni di euro di stanziamento nel 2007; 300 nel 2008 e 400 nel 2009) nel 2010 non compare più nel Bilancio di previsione e di fatto è stato cancellato. Come disabile sono stufo di vedere continuamente i miei diritti e quelli dei miei simili calpestati, di essere insultato, tacciato di essere un peso per la società, di subire minacce da un padre solo perché mi sento con sua figlia, di essere trattato come un ebete anche se, non per vantarmi, sono più intelligente di tanti altri. Le parole di Tremonti “Due milioni e settecentomila invalidi in Italia pongono la questione se un Paese così può essere competitivo” razziste e altamente offensive e di fatto ci paragonano a dei parassiti e Hitler iniziò così per poi finire con il programma Aktion T4 (200.000 disabili uccisi). Quelle parole ricordano un po' troppo quelle contenute in un manuale formativo in uso ai leader della hitler-jugend (gioventù hitleriana): “La maggior parte di coloro con malattie e deficienze genetiche sono completamente incapaci di sopravvivere da soli. Non possono badare a se stessi ma devono essere presi in cura dalle istituzioni. Ciò costa allo stato enormi somme ogni anno. Il costo di cura per una persona geneticamente malata è otto volte superiore rispetto a quello di una persona normale. Un bambino che è un idiota costa quanto quattro o cinque bambini sani. Il costo per otto anni di istruzione normale è di circa 1000 marchi. L'istruzione di un bambino sordo costa circa 20.000 marchi. In tutto il Reich tedesco spende circa 1.2 miliardi di marchi ogni anno per la cura ed il trattamento medico di cittadini con malattie genetiche.” Gli articoli 3 e 4 della costituzione dicono: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Sono belle parole ma i fatti sono completamente diversi e la disoccupazione dei disabili è del 55% e spesso la nostra dignità sociale viene disintegrata, Welby, Nuvoli, Eluana Englaro ne sono un esempio lampante. Noi disabili non siamo figli dell'oca bianca e non vogliamo essere trattati meglio per pietismo, ma non vogliamo essere cittadini di serie c. Mi dispiace signor Presidente della Repubblica, ma non mi riconosco più in questa nazione di cricche e di gente che ride mentre noi a L'Aquila morivamo.
Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film "L’albero degli zoccoli". Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica. A scanso di equivoci, premetto che: - Non sono "comunista". Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici dì tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona. - So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione. Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina. Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male. I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi. Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni "miserevoli". Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..) Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti "urlare", scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il "commercio". Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare "partito dell’amore". Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia. So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti "compagni che sbagliano". Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) Venga dalle tasse del papa di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari). Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
Il sonno della ragione genera mostri.
Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E chi semina vento, raccoglie tempesta!
I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto. Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani. Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa. Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varra’ la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del "grande fratello". Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo. Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce. Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.
sono momenti molto difficili nell’aquilano. Mi va di raccontarvi qualcosina. Mi perdonerete per la lunghezza e la confusione ma questo velo che impedisce le comunicazioni al di fuori del cratere va abbattuto. In ogni modo. Oggi vi racconto dello smantellamento delle tendopoli. ci sono molte ma molte altre cose da dire. ma visto che scrivendo mi sono resa conto di aver riempito 2 pagine vi mando la prima parte. ogni commento puo’ fare bene.
Il primo problema è il freddo. Tanto temuto è già arrivato prima che ce ne potessimo rendere conto. Le tendopoli, quelle che abbiamo imparato a riconoscere come quartieri della nuova città si stanno smantellando. Le modalità con cui questo avviene sono incredibili. Le associazioni che si occupano di difesa dei diritti umano troverebbero molto lavoro se si accorgessero di questo lenzuolo di terra così vicino alla capitale eppure così lontano dagli occhi e dall’attenzione del paese.
Storia esemplare e non unica è quanto avvenuto a Piazza d’Armi. La tendopoli più grande che raccoglie aquilani, quella resa un set televisivo nei primi mesi post terremoto con centinaia di telecamere fissate ostinatamente sulla difficile sopravvivenza dei residenti nelle tende, quella, a detta degli operatori, più complessa per la presenza oltre che di tanti migranti, di disabili e tossicodipendenti, quella più militarizzata, dove entrare era un’impresa impossibile, dove ci hanno proibito di entrare anche per una giornata di sport per non parlare delle numerose richieste di tenere assemblee all’interno o anche semplici volantinaggi, tutte sistematiche negate. Era un giovedì mattina quando sono iniziate a circolare voci sull’imminente smantellamento del campo. Sembrava uno dei tanti “dice che” che circolano all’improvviso, generati da chissà chi e chissà perché. Poi iniziarono le conferme. Le prime telefonate sono arrivate dagli psicologi che operavano nel campo che denunciavano la richiesta fatta alle loro cooperative da parte della Protezione Civile Nazionale di accompagnare le squadre che dovevano comunicare ai residenti dello smantellamento e del loro futuro. Gli psicologi (quasi tutti) si rifiutano. Placare la rabbia non può e non deve essere un loro compito. Nel pomeriggio si palesano le squadre. Sono composte da un operatore della Protezione Civile Nazionale, due carabinieri o due della guardia di finanza, in alcuni casi li accompagna uno psicologo. Entrano nelle tende e danno vita ad un breve colloquio con il nucleo famigliare al termine del quale, decidono, chissà in base a quali criteri, la destinazione provvisoria delle persone. Provvisoria perché in attesa dell’assegnazione di case o della ristrutturazione della propria abitazione. Il tutto deve avvenire in 24 ore. A lungo ci siamo interrogati sui motivi di questi tempi. La risposta però l’ho ascoltata proprio da un “volontario” della pcn. “non possiamo dar loro tempo di organizzarsi”. Perché? Per non permettere qualche protesta? Alcune destinazioni sono accolte favorevolmente dai residenti. La più ambita è la caserma della guardia di finanza, ovvero la sede del G8, ovvero la sede della Direzione Comando e Controllo (Dicomac) organo decisionale della gestione del territorio post sisma, ovvero la sede della Protezione Civile a L’Aquila. Sono tutti i migranti di piazza d’armi ad entrare per primi. Eravamo lì ad osservarli mentre velocemente impacchettavano tutto, caricavano automobili e si avviavano verso Coppito. Tutto accadeva in un silenzio irreale. Sembrava di essere tornati indietro di cinque mesi a quel sette aprile, quando nessuno parlava e smarrimento e paura riempivano l’aria al posto dei suoni. Abbiamo provato a fare qualche domanda a cittadini peruviani o filippini impegnati a riempire le macchine. Nessuna risposta, scappavano via, tenendo la testa bassa. La caserma ha molti blocchi di edifici destinati ad abitazioni recentemente ristrutturati per ospitare il G8. Non hanno la cucina e quindi si continuerà a mangiare in mensa ma insomma….è una soluzione più che dignitosa sopratutto se paragonata a cinque mesi di permanenza nelle tende. E ai controlli ci siamo abituati. La gestione delle tendopoli non è stata poi così diversa da quella di una caserma. Poi sono arrivate le requisizioni degli alberghi della città. Con accordi ancora non troppo chiari con la Protezione Civile si sono requisite il 75% delle stanze di tutti gli alberghi agibili della città, pochi, ma comunque sufficienti per il fabbisogno almeno di questa prima tendopoli. Piccolo inciso: ma se era possibile fare così, perché queste soluzioni non sono state adottate prima? Per gli altri le destinazioni sono fuori città, ad Avezzano, Sulmona, Tagliacozzo fra le altre. E qui sono iniziati i problemi e le proteste. Chi quel 6 di aprile ha scelto di restare in tenda ha compiuto una scelta coraggiosa ed incontestabile. Quella di rimanere accanto al destino della loro città. Qualcuno c’è rimasto perchè ci lavora, qualcuno perché c’ha gli animali o un pezzo di terra, qualcuno perché non si è mai allontanato e magari nemmeno se lo immagina com’è che è vivere lontano, qualcuno perché sta terra la ama e se rimane, forse, qualcosa la può anche fare. Andare fuori città ora? Dopo quasi sei mesi in tenda? Piano piano si inizia a capire come hanno effettuato queste scelte e diviene evidente che il criterio è la produttività. Ovvero, chi ha un lavoro rimane, gli altri, gli sfigati, devono andare via, il tutto entro 24 ore. Abbiamo seguito storie strazianti ed assurde, come quella della signora Pasqua, 76 anni, sola, mandata ad Avezzano o quella di Luigi ex tossicodipendente in cura presso il sert mandato a Tagliacozzo, anche lui, solo. Per chi si opponeva alla deportazione la strategia usata non è stata quella della forza, ma una più subdola, più criminale. Improvvisamente chi per cinque mesi è stato il tuo eroe, colui che ti aiutato e fornito tutto quello di cui avevi bisogno ora cambia faccia. Diventa insofferente ed assente. Le prime cose a sparire sono i bagni chimici, poi le tende che parano il sole. E mentre la polvere si alza per l’esercito che smantella le tende accanto a te sparisce la mensa, il container per i giovani, la tenda servizi, la farmacia ecc.. rimani te, ostinatamente, da solo. Nessuno, NESSUNO, è lì anche semplicemente a darti informazione. Aumentano a vista d’occhio le forze dell’ordine per timore di chissà che. Non c’è il comune, non ci sono associazioni di volontario o per i diritti umani, non ci sono giornalisti, non ci sono osservatori. Ai pochi giornalisti che tentano di entrare l’accesso viene negato e quando ci presentiamo in massa con degli avvocati fanno entrare solo uno, con il tesserino, scortato però dai carabinieri, ottimo metodo per tranquillizzare le persone e farle parlare.
Ora le televisioni dicono che le tendopoli e sopratutto quella di Piazza d’Armi non esistono più. Non è vero. A Piazza d’Armi resistono 38 irriducibili. Senza assistenza, senza cucina, con un solo bagno che fa schifo perché non viene pulito, nel bel mezzo di una discarica che è quello che rimane del campo. All’entrata una decina di carabinieri, non si capisce bene a fare che. Dove sono quelle schiere di volontari venuti in Abruzzo per darci una mano in buona fede? Dov’è la città? Dov’è la comunità? Gli abbiamo dimenticati?
Quello che è successo a Piazza d’Armi si sta ripetendo nelle restanti tendopoli nonostante l’incredulità dei residenti convinti che “tanto a loro non tocca” o che “ci hanno detto che questo campo è l’ultimo.
Pina, una nostra amica, una compagna, è residente al campo di Italtel 1. La scorsa settimana le hanno comunicato la sua nuova destinazione: Castellafiume, nella Marsica a 70 km dall’Aquila. Lei lavora all’Aquila, non ha la patente e due genitori anziani a carico. Quando l’ha saputo ha deciso di andare ad occupare la sua casa E (con seri danni strutturali) nel quartiere di Santa Barbara. È entrata, ha chiamato noi, i giornalisti e i vigili del fuoco. La polizia è arrivata in un numero spropositato. Hanno bloccato addirittura la strada per ore – importante arteria di collegamento – di fatto bloccando la città. Erano impreparati ad una reazione di un’aquilana. Evidentemente non se lo aspettavano. Ha esposto uno striscione dal suo balcone: L’Aquila – Castellafiume 70 km di vergogna. Chiedeva un incontro con qualcuno della Protezione Civile Nazionale. Non si è mai presentato nessuno. Pina è uscita di casa dopo 8 ore. Le hanno assicurato la revisione della destinazione, garante un politico locale. Con le buone maniere qualcosa si ottiene. Sara Vegni
Gli Italiani sono convinti, solo perché non vivono a L'Aquila, che la premiata ditta B&B abbia fatto e stia facendo i miracoli, ma non è proprio così.
Le tanto pubblicizzate casette (m.a.p., moduli abitativi provvisori) di Onna costruite a tempo di record secondo B&B come mai nella storia, cosa falsa perché come scrive “La Repubblica” a San Giuliano di Puglia le prime casette vennero consegnate in 82 giorni, in Umbria in 98 giorni, in Irpinia in 105 contro i 116 di Onna.
Le casette di Onna tra l'altro sono state fatte costruire dalla provincia di Trento con i soldi della crocerossa italiana e non dalla premiata ditta B&B (diapositiva qui sotto).
Oltre al progetto c.a.s.e, che non basteranno per tutti e rimarrano fuori 26.000 persone scatenando una guerra tra poveri, la B&B ha tirato fuori il progetto s.o.l.a: le tendopoli verranno chiuse entro fine mese e gli Aquilani verranno “deportati” in mezzo Abruzzo.
Ad esempio la signora Pina Lauria ieri si era barricata nella sua casa inagibile, classificata “E”, perché la protezione civile vorrebbe mandarla a Castellafiume, un paesino sperso per l'Abruzzo a “soli” 66 km da L'Aquila, ma lei siccome lavora a L'Aquila, non ha la patente ed ha i genitori anziani non vuole andarci.
Il signor Bertolaso in una lettera mandata al giornale Left scrive "La classe dirigente di cui sono parte non ha saputo evitare tanti lutti" allora caro Bertolaso ci spiega come mai durante i mesi antecedenti il terremoto del 6 aprile, dopo la commissione sui grandi rischi del 30 marzo ci ha detto di stare tranquilli e tra le altre cose ha accusato Giuliani?
Ci dica cosa ci facevano i mezzi della protezione civile ferme sulle autostrade A24-A25 poche ore prima del sisma? In nome dell'ordine pubblico volevate farci crepare tutti? Ed invece vaffanculo noi Aquilani siamo ancora vivi e siamo anche molto incazzati.
Se aveste detto qual'era la reale situazione la mia amica Benedetta e 306 persone forse sarebbero ancora vive.
Anche se non sono suo parente ho giurato a me stesso che mi sarei vendicato per la morte di Benedetta, non mi frega nulla di quello che penserete di me ma io non ho la pietà cristiana e non perdono, scrivendo e dicendo ha tutti la situazione reale de L'Aquila e dintorni.
Voi mi direte perché lo fai? Lo faccio perché dieci o forse più anni fa ero innamorato di Benedetta, anche se lei non ricambiava, ricordo ancora quando glielo dissi in quella L'Aquila ormai distrutta regalandogli una collanina con un ciondolo a forma di cuore.
Un'ultima cosa signor Bertolaso, come presidente della sede Uildm “Ambrogio Fogar” de L'Aquila attendo risposta alla mia mail, nella quale chiedevo alla protezione civile com'erano stati sistemati i disabili dopo il terremoto e se nel progetto c.a.s.e venisse presa in considerazione l'accessibilità come prevede la normativa italiana per gli edifici pubblici.
Buscialacroce dal suo eremo, tra lupi, gatti, cani, vecchi, grilli e cicale, resta sempre allerta e sempre più incazzato guarda la situazione de L'Aquila. Il G8 è finito, le scosse di terremoto no, ma non sono qui per parlare di politica, le mie sono solo considerazioni sul terremoto. Il terremoto per alcuni è una grossa tragedia, ma per altri è una miniera d'oro. A L'Aquila l'edilizia era in grande crisi da anni, ma ora grazie al terremoto è tornato il boom e come le cavallette sono arrivati sciami di ditte, ingegneri e operai che troppo spesso tentano di volare e si spatasciano a terra. Solo per gli arredi delle c.a.s.e si spenderanno 19 milioni di euro e le ditte che hanno vinto l'appalto per la fornitura degli arredamenti completi di circa 4.000 appartamenti la Deltongo industrie spa, il mobilificio Florida srl, la Rti - Europeo Spa - Pm International furnisghing srl - Martex Spa e la Estel office spa (fonte il messaggero) è come se avessero fatto una cinquina sulla ruota di Arcore. Io dico sempre quello che penso, senza ipocrisie e vi dico che il terremoto per alcuni è un grosso affare e si sta trasformando in una sorta di abuso edilizio legalizzato. Sono stati espropriati dei terreni a privati quando c'era il terreno demaniale e non ci dite stronzate che lo avete fatto perché li il terreno era geologicamente migliore, non avete fatto la microzonazione sismica e poi il terreno sotto L'Aquila, essendo formato da deposito alluvionale o da riporto (scavando hanno trovato le macerie del terremoto di 306 anni fa) geologicamente parlando per costruirci su fa proprio schifo. Io l'ho chiamato effetto budino: provate a tirare una schicchera ad un budino gelatinoso, vedrete che tremerà per ore, ecco L'Aquila è letteralmente poggiata su un enorme budino di fango e detriti. Se volete sapere la situazione de L'Aquila chiudete quella maledetta scatola chiamata tv e cercate notizie su internet, ad esempio qui www.ilcapoluogo.it
Buscialacroce vi saluta dal suo eremo e torna tra lupi, gatti, cani, vecchi, grilli e cicale.
E’ passato più di un mese da quando L’Aquila è stata devastata dal terremoto. Da più di un mese per noi aquilani sono iniziati la prigionia e l’esilio. La prigionia nei campi e l’esilio negli alberghi e negli alloggi in posti lontani dalla nostra città. Due condizioni diverse che ci dividono spazialmente e creano fra noi inutili tensioni da cui non dobbiamo farci indebolire. Credo che nessuno a dicembre, quando ha iniziato a tremare la terra, immaginasse cosa sarebbe accaduto di lì a pochi mesi; credo che nessuno potesse essere preparato ad un terremoto di una simile portata e credo che “forse” nessuno possa esserlo. Forse! Fatto sta che nessuno di noi era preparato nonostante fosse un evento preannunciato. Preannunciato non da sismologi o geologi o altri, ma dai movimenti della terra. Nessuno di noi dico era preparato: non lo era il governo, non lo erano le istituzioni locali e regionali, non lo erano i cittadini, non lo era Bertolaso con la sua Protezione Civile. Il sisma della notte fra il 5 e il 6 aprile ha distrutto tutto il centro di L’Aquila, Onna, Paganica, Villa S.Angelo, e tanti altri comuni, ha procurato danni di diversa entità nel raggio di trenta chilometri, ha causato trecento morti. Ha distrutto il capoluogo di una regione. All’indomani del sisma i telegiornali hanno iniziato a sminuire la portata dell’evento, abbassando di diversi punti della scala Richter la forza del Terremoto, e falsando per giorni su tutte le reti nazionali, e su tutta la stampa la realtà dei fatti, ristabilita nei giorni seguenti dai rilevamenti fatti sia dai centri nazionali che internazionali. Questo ha fatto sì che gli aquilani oggi si portino dietro un’onta che ci stigmatizza come truffatori pronti a costruire case di cartone, di gesso e sabbia pur di guadagnare sulla vita di studenti o degli altri stessi aquilani. Oggi chi può guardare l’Aquila e i luoghi distrutti dal sisma, sa che il numero dei morti di questa catastrofe poteva essere molto più alto, e chi è vivo credo che abbia avuto solo molta fortuna e credo che quindi ora abbia delle responsabilità. Ora dividiamo la vita fra quello che c’era prima e quello che ci sarà poi, lottiamo quotidianamente per trovare un senso ed una utilità alle nostre azioni, ma il senso spesso sbiadisce facilmente. La distruzione di un luogo per coloro che sono rimasti in vita prevede una riorganizzazione che mette paura. Una riorganizzazione per la quale c’è bisogno di pazienza, di coraggio, di restare attaccati alla bellezza della vita, di restare uniti persino nella diversità delle sorti e delle prospettive. L’organizzazione della popolazione all’indomani del sisma, in piena emergenza, ha dato la possibilità a diverse migliaia di persone di restare nei campi tenda, e ad altre migliaia di persone di riparare sulla costa, negli alberghi. E sia chiaro che tanto nei campi quanto negli alberghi noi siamo ospiti, anche a casa nostra. Ospiti! Conosco persone che non sono potute andar via poiché non avevano e non hanno una macchina, con sulle proprie spalle la responsabilità della propria famiglia. Ne conosco altre che anche potendo andar via, sono volute restare lì vicino alle proprie case. Conosco altri che come me sono andati via nonostante la casa fosse rimasta aperta e in mano a possibili atti di sciacallaggio, ma sono andati via per paura di vedere i propri genitori crollare, di non superare uno shock che in quel momento sembrava irreversibile, altri sono andati via perché avevano figli piccoli e volevano proteggerli, altri mogli in cinta … Così è avvenuto per forza di cose lo smembramento di una comunità. Oggi ci sono all’incirca 176 campi che sono 176 piccole L’Aquila, non so quanti alberghi si siano attivati per questa emergenza, ma in ognuno di essi c’è un piccola L’Aquila ignara nonostante tutto delle sorti dell’altra o delle altre parti della sua stessa comunità.